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Giuseppe Conte ha sabotato Vittorio Colao: Pietro Senaldi, così il premier ha imbrigliato il super-commissario alla ripartenza

Pietro Senaldi
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Nella commissione speciale che affiancherà il governo per gestire la ripresa delle attività ci sono 17 persone, compreso il capo, Vittorio Colao, uno dei migliori manager italiani, a lungo amministratore delegato di Vodafone. Il numero non porta bene ma non è la cosa che desta maggiori perplessità. Quel che non torna è che nel gruppo c'è troppa gente per combinare qualcosa di buono. Peraltro, benché numerosa, la squadra non è completa. Pare l'Inter dei brutti tempi. Ci sono tanti doppioni, tra alti burocrati, assistenti sociali di successo con incarichi dai nomi roboanti e professoroni di ritorno dalle università anglosassoni. E c'è anche qualche grave lacuna. La più evidente è la totale assenza di imprenditori. Non ingaggiarne manco mezzo in un team la cui unica missione è il rilancio economico equivale a fondare un ospedale e non metterci dentro neppure un medico.

Non ci piace fare la parte di quelli a cui non va mai bene nulla, perciò premettiamo che la squadra di Colao è meglio di quella di Conte, soprattutto in chi la guida. Non era difficile, ma è già qualcosa. Solo che le buone notizie finiscono qui. Questa task force è il risultato di un tentativo fallito di commissariare il premier. Il Pd, che è stufo quanto Renzi del professore di Volturara Appula, ci lavorava da tempo. Ne è prova la presenza in squadra dell'ex presidente dell'Istat Giovannini, uomo di conti che non ne ha mai azzeccato uno, buono per tutte le commissioni e noto per aver presieduto quella che fallì nel tentativo di appurare se i nostri parlamentari guadagnano più di quelli europei.

TENTATIVO FALLITO
Dem e Italia Viva erano riusciti a persuadere Mattarella dell'assoluta irrazionalità che un Paese che vuol dirsi civile dia in mano a Conte le chiavi di tutto. Nell'impossibilità di avere Draghi, il Quirinale si è convinto di puntare su Colao per vedere se è almeno un mezzo drago a gestire uno Stato così come lo è stato a guidare grandi aziende (Rcs esclusa, lì non andò bene). Qualora i suoi primi passi fossero confortanti, potrebbe venir buono per mandare a casa l'attuale premier. Fatto sta che il presidente del Consiglio ha fiutato il trabocchetto ed è saltato sull'operazione, intestandosela e infilando nella commissione di una serie di personaggi, un po' di sinistra quasi estrema, un altro po' riferibili a M5S, che rallentassero l'ingranaggio.

 

 

Il 30% dei componenti, sociologi, psicologi e samaritani, andrebbe bene per un gruppo votato alla ricostruzione mentale del governo, anziché per far ripartire un Paese che, nella sventura, le sole cose che non ha perso sono calma e fiducia in se stesso e ha solo voglia di rimettersi a lavorare. Un altro 30% è composto da economisti, ma di cattedra e non di strada né d'azienda. Per di più, è gente che manca dall'Italia da vent'anni, che tanto sa di teoria ma i problemi del nostro Paese li ha studiati solo sui libri, se lo ha fatto. Gli altri sono manager pubblici o affini, grand commis abili a navigare nella melma italiana, ma anche responsabili della stessa.

Una task force, per avere successo, dev'essere snella e indipendente dalla politica. Questa ha tutte le premesse per trasformarsi in un pachiderma immobile, come la commissione per la Semplificazione affidata alla ministra per l'Innovazione Paola Pisanò, alla quale in parte la squadra di Colao si sovrappone.

PIENI POTERI
Se Conte fosse abile a combattere il virus quanto lo è a difendere la propria poltrona, il Covid-19 sarebbe già un ricordo. Il premier ha circondato l'ex manager Vodafone di sedici persone prive di una sintesi comune di pensiero, le quali si faranno ciascuna il proprio codazzo e in buona parte riferiranno direttamente a Palazzo Chigi. Doveva essere una squadra operativa, con pieni poteri, il presidente del Consiglio l'ha trasformata sul nascere in un cartello di consulenti, un mezzo minestrone dove le note di merito sono non conoscere l'Italia e non essersi mai sporcati le mani in impresa.

Come il Comitato Tecnico Scientifico, al quale attribuisce ogni sua scelta, pure questa commissione per la ricostruzione sarà usata dal premier come paravento per decidere tutto lui facendo finta che glielo consiglino gli esperti. Un escamotage che gli consentirà di continuare a esautorare non solo l'opposizione e il Parlamento tutto, ma anche i suoi ministri. Con una nota peggiorativa però: gli scienziati non sono verginelle ma vengono dalla vita vera e sono meno manovrabili politicamente di un professore universitario o di un mandarino mai diventato arancia.

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