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Luigi Arisio, l'eroe della Marcia del quarantamila che scardinò la lotta operaia

Luigi Arisio ai tempi delle Fiat

Nell'80 guidò la marcai delle "maggioranza silenziosa" dei quadri della Fiat. E il mondo cambiò

Francesco Specchia
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È inciampato in un arabesco del destino Luigi Arisio «il primo dei quarantamila», il Masaniello dal colletto bianco che strozzò i sindacati e cambiò il concetto stesso di lotta operaia. Arisio ha lasciato questa valle di lacrime [TESTO]a 94 anni - causa un malore improvviso[/TESTO]- ma l’ha fatto una tempistica sbagliata.

E, probabilmente, sapendo di andarsene proprio pochi giorni prima di celebrare il quarantennale della sua leggendaria “Marcia dei quarantamila”, la protesta dei quadri e dirigenti Fiat contro la violenza del sindacato, Arisio avrebbe fatto vibrare il  baffone alla Asterix. E avrebbe rievocato ogni singolo fotogramma in biancoenero di quell’infuocata mattina del 14 ottobre 1980. «La Fiat stava cercando di riprendere il controllo degli stabilimenti, minati da sindacalismo selvaggio; e aveva già licenziato 61 dipendenti in odore di terrorismo e  annunciato l’intenzione di procedere a forti tagli di manodopera (14.469 lettere individuali di licenziamento, ndr), al fine, dichiarò, di rimanere competitiva e reggere la concorrenza, rafforzatasi grazie alle nuove tecnologie e a costi del lavoro più bassi», ricordò qualche anno fa lo stesso Arisio a Famiglia Cristiana, nell’impeto di una voce fuoricampo. 

Immaginatevi la scena. L’azienda degli Agnelli messa a ferro e fuoco. La fabbrica di Mirafiori trasformata in un suk protetto da picchetti armati  il cui unico scopo era «rieducare i capi» a colpi di spranga. Si distruggevano le attrezzature, si fregavano perfino i bulloni, si scopava indisturbati tra le linee di montaggio. Lo sciopero  bloccava gli stipendi da oltre un mese. Le famiglie precipitati  nella disperazione. La potentissima Flm, il sindacato unitario dei metalmeccanici spalleggiata dagli operaisti della Cgil di Fausto Bertinotti e dal Pci di Pietro Ingrao che, invece di mediare, sceglie il muro contro muro. La voglia segreta di rendere Torino la nuova Danzica di Solidarnosc. Arisio ha la memoria vivida: «Il sindacato reagì con durezza, con interruzione del lavoro ad oltranza. Bloccò gli ingressi con picchetti che impedivano a tutti di entrare. Non mutò linea neppure quando l’azienda cambiò rotta (i 14mila licenziamenti si trasformarono nella domanda della cassa integrazione a zero ore per 23mila persone). La Flm non capì che i tempi erano cambiati, e l’azienda era sul punto di soccombere. Non solo. Arroccandosi sulla linea dura, finì per perdere il consenso del resto della popolazione che all’inizio, quando si opponeva ai licenziamenti, ci fu».

Tutto stava crollando, l’anarchia aveva preso il sopravvento. Fino a quando, l’allora amministratore delegato  Fiat, Cesare Romiti, si giocò la carta Luigi Arisio. Arisio era al di sopra di ogni sospetto: un uomo tutto d’un pezzo, un senso d’appartenenza saldo almeno quanto il senso dell’onore. [TESTO]Figlio di un operaio specializzato piemontese e di una casalinga, Arisio aveva frequentato prima la scuola allievi della Lancia, poi, passato in Fiat, alla fine degli anni 70, era arrivato a ricoprire il ruolo di capo reparto sellerie. Era severo con sè stesso prima che con gli altri. Aveva scalato dal basso ogni gradino gerarchico, fino a diventare, nel 1974 tra i fondatori del coordinamento dei capi e quadri Fiat. Era l’elemento perfetto per ribaltare il tavolo. «Era crisi nera. Noi decidemmo di convocare un’assemblea pubblica al Teatro Nuovo. Spedimmo 17 mila lettere personali di invito ad altrettanti quadri intermedi Fiat. Terminato l’incontro sfilammo per le vie del centro fino in piazza Castello, dove ha sede la Prefettura. Il corteo s’ingrossò cammin facendo», rievocava Arisio. Uno slogan, fra tutti, fra i cartelli che intimavano di riaprire i cancelli («No al sindacato padrone», «Il reddito anziendale è anche nazionale»), divenne emblematico: «Il lavoro si difende lavorando». Le agenzie di stampa batterono: «Hanno marciato in 40mila». E marcia dei 40mila avvolta in un silenzio innaturale opposto al delirio operaista stroncò la protesta. 

Berlinguer si arrese, la Cisl pure. La vertenza si sbloccò la sera stessa. «Fu la Caporetto di un certo modo di fare sindacato. Ricevetti minacce di morte:  fui costretto a muovermi scortato». Arisio divenne l’eroe sottotraccia di una strategia orchestrata da Romiti («Fu una marcia,  ’spintanea’», confessò  l’ad Fiat). Nel 1983 Arisio, con oltre 11mila preferenze, fu eletto in Parlamento Pri in lista col Pri di  Susanna Agnelli. Il suo fu il giorno in cui alla «maggioranza silenziosa» tornò la voce...

 

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