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Vittorio Feltri e il ricordo dell'amico: "Chi era davvero Enzo Biagi e quelle nostre liti"

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Vittorio Feltri
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 Enzo Biagi se fosse ancora tra noi compirebbe cento anni, parecchi, ma non molti più di quanti ne ha vissuti. Infatti morì nel 2007, quando ne aveva 87. Una cifra importante se si considera che egli ebbe il primo infarto a 49. Aveva un cuore matto che gli creò molti problemi, tutti risolti brillantemente. Fu operato di by-pass in Inghilterra quando questo tipo di intervento chirurgico era ancora pericoloso, nel senso che i medici non avevano in materia grande esperienza. Lui se la cavò. Tornò in Italia più forte che pria. Fu al Corriere della Sera, dove teneva una rubrica settimanale il cui titolo era "Strettamente personale", che conobbi Enzo Biagi. L'eccelso giornalista sceglieva un argomento e lo sviscerava con uno stile personale ed efficace nonché con quelle sfumature umoristiche, battute spesso irresistibili, che caratterizzavano il suo modo di fare giornalismo.

Toccava a me passare i suoi pezzi, ossia rileggerli e sistemare eventuali improprietà, ma non ce n'era bisogno perché Biagi era molto attento e meticoloso. Lo definirei un impressionista, peraltro molto affascinante, in quanto non approfondiva mai i concetti, ne dava una pennellata, eppure riusciva a trasmettere delle sensazioni forti e penetranti grazie alla sua abilità descrittiva. Ci presentammo nello stanzone albertiniano. Enzo Biagi era uno dei decani del nostro ordine allora, io un giovane giornalista. Alcune volte ci si sentiva per telefono in relazione ai suoi scritti, altre veniva in redazione, sebbene avesse uno studio suo personale non in via Solferino, ma prima su corso Matteotti, dopo in galleria Vittorio Emanuele. Ebbe la curiosità di vedermi e di stringermi la mano, così un giorno venne alla mia postazione del tavolone e facemmo quattro chiacchiere, Biagi voleva sapere chi fossi e da dove venissi. Trascorsero alcuni mesi e nel passare un suo pezzo notai un punto non molto chiaro, perciò gli telefonai facendogli presente il piccolo inconveniente, che fu così risolto in 5 secondi. Non posso affermare che da quel momento nacque una sorta di sodalizio, ma Enzo mi fu molto grato e mi manifestò una certa simpatia. Così, quando gradiva un mio articolo, mi chiamava per complimentarsi. "Sei il meglio figo del bigoncio", mi disse una volta. Non conoscevo il senso di quella strana espressione, che ho mutuato da Biagi e che oggi uso ogni tanto ricordandomi di lui, ma lo intuii, restandone felice.

 

 

L'INTERVENTO
Enzo soffriva di cardiopatia. A 49 anni aveva avuto il primo infarto. Nel periodo di cui sto narrando ne aveva 57 o 58 e la sua situazione cardiaca andava peggiorando, tanto che decise di recarsi a Londra per farsi sistemare il cuore sottoponendosi ad un'operazione di by-pass. Raggiunse la capitale inglese con la figlia Bice e, prima di entrare in sala operatoria, scrisse a mano il pezzo destinato alla sua rubrica annotandolo su un taccuino. Stavolta l'argomento era se stesso nonché ciò a cui stava andando incontro. Fu un articolo struggente, sempre ben scritto, Biagi non sbagliò neanche le misure, aveva il senso delle lunghezze. Quel pezzo mi fu consegnato da Bice, lo passai e lo titolai vinto dalla commozione. Si trattava di un'operazione estremamente delicata, non sicura come quelle dello stesso tipo che si fanno oggi dopo decenni di pratica chirurgica. Biagi uscì incolume dalla sala operatoria e in poco tempo si riprese, ricominciando presto a scrivere per il Corriere, sebbene fosse ancora affaticato. Non appena rientrò in Italia, Enzo mi invitò a colazione a casa sua, all'ultimo piano di un edificio in via Vigoni.

 

 

Fu un pranzo luculliano. Biagi mangiava come un assassino di pasta asciutta. Il piatto forte erano le tagliatelle alla bolognese, ed era facile aspettarselo dato che lui era nativo di Pianaccio, in provincia di Bologna, sull'appennino tosco-emiliano. Il giornalista si tuffò nella pasta fresca e distolse il volto dal piatto solo dopo che ne ebbe divorato tutto il contenuto. Era un personaggio un po' pletorico. Dopo la mattanza delle tagliatelle iniziammo a frequentarci con assiduità, finché un giorno Enzo, che conduceva programmi tv di successo, mi propose di entrare a fare parte della sua équipe televisiva. Cominciai così a fornire il mio supporto per il format intitolato "Film dossier", che consisteva nella proiezione di una pellicola, la quale introduceva un tema che costituiva poi il fulcro del dibattito in studio. Occorreva selezionare gli ospiti e preparare le domande da sottoporre a ciascuno di essi. Io ero addetto a questa attività. Poi Biagi in televisione faceva la sua intervista e sembrava un prete. Il suo modo di fare, semplice e colloquiale, suscitava nel telespettatore sentimenti di fiducia. Il suo successo si spiegava benissimo, era un uomo serio e quindi benvoluto. Per alcuni anni mantenni il contratto con la Rai, arricchendo le mie competenze, perché Biagi era di un'abilità diabolica nel trovare soluzioni giornalistiche di grande impatto e, stando accanto a lui, ho avuto modo di carpire molti segreti, poi utilizzati con grande vantaggio. Enzo è stato per me un altro maestro, dopo Di Bella, Nutrizio, Palumbo.

Mi affascinava la sua capacità di farsi pagare bene. Per una prefazione si fece corrispondere all'epoca 10 milioni di lire, una cifra astronomica che un giornalista normale poteva incassare in tre mesi. Cercai di capire come riuscisse a realizzare questi incassi stratosferici e alla fine appresi la tecnica. Del resto, è cosa nota che non lavoro mica gratis. Il segreto è farsi desiderare, tirarla un po' per le lunghe, non manifestare troppo entusiasmo davanti ad un'offerta, un po' come le donne che si fanno corteggiare, aumentando il desiderio nel corteggiatore. Questo accade anche nei rapporti professionali. Era un egoista notevole, Biagi pensava solo a se stesso, lui era il sole, noi i satelliti. Agiva come un despota, si imponeva con le maniere forti su coloro che lavoravano per lui. Lo sentii anche bestemmiare qualche volta e la cosa mi fece un certo effetto nonostante non ci fosse nulla di deplorevole, dal mio punto di vista. Durante la convalescenza Enzo scrisse un libro, ne dava alle stampe uno o due ogni anno, si diceva che avesse degli schiavi neri che sgobbassero per lui, ma non è vero. Io ho scritto qualcosa in sua vece, ma Biagi ci metteva sempre il suo zampino, aveva dei tic nervosi nella scrittura che lo caratterizzavano e rendevano la lettura molto piacevole. Non era uno che le mandava a dire neanche ai superiori. Le liti con la Rai, che cercava di imporgli una linea, erano copiose.

 

 

LA CARRIERA
 Enzo era testardo e presuntuoso. Iniziò molto giovane, a 17 anni, prima ancora di finire le superiori. Diplomatosi in ragioneria, si iscrisse alla facoltà di Economia e commercio che frequentò per un solo anno. Il richiamo per la scrittura era irresistibile ed Enzo ci si buttò a capofitto come sulle tagliatelle, cominciò così a lavorare per Il Resto del Carlino in qualità di cronista, diventando professionista da giovanissimo. Durante la guerra era retribuito non solo dal suo giornale, ma prendeva compensi anche dal regime fascista, ma guai a ricordarglielo, cadeva nell'imbarazzo, non voleva che si sapesse in giro. Enzo era fascista allora, come tutti del resto. Questo non mi sorprende né mi scandalizza. Non aveva ancora trent' anni quando fu nominato caporedattore di Epoca, settimanale che ha fatto la storia dei rotocalchi italiani insieme a L'Europeo. Dopo pochi mesi, era stato già promosso direttore e portò Epoca a vendere il record di 500 mila copie. Fu un successo strabiliante. Caratteristica di Biagi era quella di realizzare un giornale popolare eppure di livello, servendosi anche di fotografie importanti. Aveva un senso cinematografico, una tecnica che credo non sia ancora tramontata, anche se oggi i giornali sono stati sostituiti dagli aggeggi tecnologici. Nel 1961 Biagi divenne direttore del Tg1, che allora era una sorta di gazzetta ufficiale, lui lo trasformò, applicando il suo metodo, ossia dando meno spazio alla politica e più spazio ad altri aspetti e problematiche della vita degli italiani. Giovarono anche alcune eccellenti assunzioni, come quella di Piero Angela, Enzo era molto bravo a scoprire i talenti.

Fece un contratto anche a Giorgio Bocca, al suo caro amico Indro Montanelli, Enzo Bettiza, Emilio Fede. Durò alla Rai solo un anno, perché Biagi era disubbidiente, ribelle, non riusciva a stare agli ordini di scuderia. Così iniziò il lungo pellegrinaggio da un giornale all'altro, finché non fu chiamato a dirigere Il Resto del Carlino. Ma anche questa fu una parentesi. Lo penalizzava il suo caratteraccio, Enzo non si piegava, eppure svolse una carriera strepitosa e pubblicò libri che furono capolavori, tra questi uno mi restò in testa, "Disonora il padre". Continuò sempre ad essere un giornalista molto ambito, tutti lo volevano, ma con le direzioni ha sempre avuto conflitti più o meno accesi. Provavo per Enzo una grande ammirazione, ero tentato a volte di fargli un po' il verso, di imitarlo nella scrittura. Lui se ne era accorto, non mi ha mai rimproverato per questo, ne era lusingato. Spesso scrivevo dei testi al posto suo e sembrano redatti dalla sua penna. La mia stima nei suoi confronti era ricambiata. Enzo mi teneva in grande considerazione, oggi succede anche a me di avere dei giovani apprendisti in cui ravvedo e riconosco un piglio particolare. Ciò che lo indispettiva verso di me era l'amicizia che avevo instaurato con sua figlia Bice. Arrivò ad incazzarsi per questo ed io andai via, salvo poi tornare quando Enzo mi richiamò.

L'ARTICOLO SU SCALFARO
La nostra amicizia non si ruppe mai, ma si guastò, o cambiò, quando divenni direttore de L'Europeo. Enzo sembrava quasi un po' indispettito ed io non ne capivo il motivo. Forse per quanto mi considerasse un giornalista decente, non aveva messo in conto o immaginato che avrei potuto tenere le redini di un giornale incrementandone la diffusione. Ci si vedeva ancora, ci si parlava, ma avvertivo che era infastidito. Lasciato L'Europeo, andai a dirigere L'Indipendente. Il presidente della Repubblica era diventato Oscar Luigi Scalfaro e alla fine dell'anno tenne il discorso di rito. Biagi scrisse per Il Corriere un articolo di fondo per elogiare il neo-capo dello Stato raccontando banalità, come il fatto che Scalfaro avesse ricevuto in regalo dalla figlia una cravatta. Non persi l'occasione di prenderlo in giro per questo pezzo stucchevole e zeppo di luoghi comuni, più degno di un parroco che di un giornalista brillante quale era. Enzo se la prese a morte, non gradì di essere spernacchiato da un collega che era stato una specie di discepolo. Andare a dirigere Il Giornale al posto di Montanelli fu considerato da parte di Enzo quasi un torto al suo amico.

Non lo digerì. Ma forse era più esterrefatto per la mia vertiginosa ascesa che stizzito. Gli venne un altro infarto e fu ricoverato all'ospedale di cardiologia Monzino, a Milano. Nonostante tutto, continuava ad essere un caro amico ed andai a trovarlo. In quell'occasione Enzo mi disse: «Il più grande dispetto che potevi fare a Montanelli non era quello di andare a dirigere il Giornale al posto suo, ma di raddoppiarne le copie». Mi fece capire che Montanelli ci soffriva. Dopo un anno e mezzo mi accorsi della vicenda di Affittopoli, ossia che moltissime belle case romane e di altre città erano state cedute in locazione a politici e sindacalisti, alla nomenclatura insomma, a prezzi stracciati. Feci un'inchiesta micidiale che fece guadagnare al giornale nel giro di 15 giorni 30-40 mila copie, i lettori restavano attaccati, si fidelizzavano. Questa cosa fece incazzare Enzo. Mi riferirono che diceva: quelle di Feltri non sono inchieste, bensì pratiche di sputtanamento dei politici. Insomma, Biagi criticava il mio modo di fare giornalismo. Si era instaurato tra noi questo rapporto di odio e amore. Intanto iniziai a vederlo sempre più di rado, soprattutto a causa dei miei impegni lavorativi. Un giorno facemmo un pranzo a casa di Bice. Si capiva che era meravigliato del fatto che io prendevo in mano i giornali e li portavo alle stelle. Forse molti pensavano di me fossi un bravo giornalista e basta, nessuno si aspettava che sarei riuscito anche a dirigere. Avevo quasi spodestato i grandi, superati nelle vendite di sicuro.

TRA LUI E MONTANELLI
Quando fondai Libero nel 2000, venni sottovalutato ancora, suscitai l'ilarità generale. Mi telefonò Biagi una sera in cui ero a cena dalla figlia insistendo sul fatto che io dovessi tornare al Corriere ed aggiungendo che si sarebbe dato da fare per questo. Ma io a Libero stavo benissimo. Era ancora l'inizio e faticavo parecchio, ma credevo in ciò che stavo organizzando ed ero carico di entusiasmo. Ben presto portai il quotidiano a 120 mila copie. Enzo riteneva che stessi perdendo tempo, ancora una volta non credeva che potessi farcela. Non si è mai complimentato con me per i successi di Libero, in fondo, ciò rientrava nel suo caratteraccio. Durante la campagna elettorale che poi si concluse con il trionfo di Silvio Berlusconi su Romano Prodi nel 2001, tra me e Biagi si inasprì l'antagonismo. Io sostenevo Silvio, lui il suo caro amico Romano. Nonostante queste ostilità ho sempre voluto bene ad Enzo, e lui a me. Ero l'ultimo arrivato ed ero diventato importante. Era normale che suscitassi sconcerto. Tuttavia era difficile per Enzo, come per Indro, sostenere che io fossi un pirla. I risultati erano evidenti. Biagi mi ha insegnato l'arte della sintesi, non solo quella di farmi pagare bene. Mi raccomandava di non scrivere per i finti intellettuali, e neanche per quelli veri, ma solo per la gente; di cercare di raccontare ciò che incuriosisce e non quello che sembrava importante a me. «I tuoi gusti personali lasciali perdere, Vittorio, entra nel cuore del lettore», mi ripeteva, spingendomi sempre alla ricerca della battuta capace di alleggerire il discorso. Insomma, mi esortava a essere lieve per acchiappare il pubblico. Volevo essere come lui, ed era questo ciò che provavo anche per Montanelli, eppure mi sentivo più vicino al primo nei sentimenti, come nel modo di vedere e leggere la realtà. Se Indro era un po' aristocratico, un patrizio, Enzo era più popolare, un plebeo, quanto me.

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